Emorroidi: la tecnica Ferguson

Sia tra gli uomini che tra le donne le emorroidi sono un problema molto diffuso, che tende a manifestarsi soprattutto nella fascia d’età tra i 45 e i 65 anni. Predisposizione naturale, alimentazione disordinata e stile di vita sedentario sono le principali cause che contribuiscono all’insorgenza di questo disturbo.

La cura delle emorroidi dipende dalla stadiazione. In caso di emorroidi di III e IV grado di classificazione, ovvero con prolasso riducibile manualmente o non riducibile, spesso l’unica cura che può rivelarsi utile è un trattamento diretto dello specialista.

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Egli può intervenire essenzialmente in due modi: applicando delle tecniche ambulatoriali oppure applicando delle tecniche chirurgiche. Come è ben intuibile, le seconde sono più invasive ma al contempo anche più efficaci delle prime, visto che hanno decisamente meno probabilità di recidive.

Tra queste tecniche chirurgiche si annovera l’emorroidectomia chiusa, che analizzeremo nella variante della tecnica ideata da Ferguson.

La tecnica di Ferguson, cosiddetta chiusa, prevede la rimozione chirurgica dell’eccesso di tessuto che provoca il sanguinamento o il prolasso. Ma cerchiamo di saperne di più, a partire da quando è indicato questo tipo di intervento.

L’emorroidectomia chiusa secondo Ferguson è un intervento che consiste nella rimozione chirurgica delle emorroidi concludendosi con la suturazione della ferita. Questa modalità è indicata ai seguenti pazienti: coloro che presentano emorroidi di III e IV grado, coloro che soffrono di emorroidi recidive, emorrodi di III e IV grado associate a prolasso mucoso del retto o associate a ragade anale. Ma per quale motivo si dovrebbe preferire questa tecnica alle altre?

Il vantaggio principale che garantisce questo tipo di intervento è che esso permette la guarigione nel 95% dei casi, dunque una percentuale molto elevata. Ciò assicura ai pazienti di scongiurare il rischio che le emorroidi possano ripresentarsi. Le recidive dopo questo intervento, infatti, risultano essere rare, esse possono avvenire in caso di mancata asportazione di tutto il tessuto emorroidario.

Veniamo ora ad analizzare gli aspetti più tecnici che riguardano questo tipo di intervento. Esso viene effettuato sottoponendo il paziente ad anestesia, ma il tipo di anestesia può essere variabile, in quanto è scelta dal chirurgo che opera.

Anche il tempo di degenza è piuttosto variabile, dipende da più fattori, ma in media oscilla tra un giorno a quattro giorni. Se da un lato c’è il vantaggio che la guarigione è quasi assicurata, dall’altro c’è da tener presente che per giungere a questa condizione si deve soffrire no poco.

C’è da dire, infatti, che il dolore post-operatorio può essere anche molto intenso. Questo accade perché è pur sempre un intervento effettuato in una zona molto sensibile, che lascia ferite che devono guarire spontaneamente. Una controindicazione della tecnica Ferguson è proprio questa, dunque nei primi tempi il paziente deve un po’ stringere i denti. Il dolore, poi, può divenire ancora più acuto con il passaggio delle feci sopra le ferite.

Di conseguenza, anche i tempi di recupero non sono proprio i più brevi. Naturalmente non è possibile dare una tempistica valida per tutti, visto che la ripresa è del tutto soggettiva, ma in linea di massima il paziente che ha subito l’emorroidectomia chiusa ha bisogno dalle tre alle sei settimane per ritornare al lavoro.

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